Il teatro del successo: Dalla Giulia Alfa Romeo di Pasquale Ametrano all’ostentazione digitale della migrazione moderna

Quando Carlo Verdone ha dato vita a Pasquale Ametrano nella sua commedia agrodolce Bianco, rosso e Verdone (1981), ha colto una verità psicologica profondissima dell’esperienza migratoria. Pasquale — un lavoratore emigrato a Monaco di Baviera — attraversa mezza Italia per andare a votare nel suo paese, Matera. Lo fa a bordo di una fiammante Alfa Romeo Alfasud rossa, stracolma di bandierine e gagliardetti, indossando abiti vistosi e cercando disperatamente di proiettare un’immagine di successo sfolgorante e indiscusso davanti ai familiari e ai compaesani rimasti a casa.

Sotto la superficie della grande comicità si cela una profonda malinconia. Quella di Pasquale è una messinscena protettiva. In Germania, Pasquale vive l’anonimato freddo della fabbrica, l’alienazione di essere un lavoratore straniero e le umiliazioni silenziose di una vita ai margini. Per compensare anni di fatiche e solitudine, trasforma il suo ritorno in un evento teatrale. Deve apparire ricco, trionfante e arrivato; ammettere la dura realtà dello sfruttamento e delle difficoltà quotidiane a Monaco significherebbe confessare il proprio fallimento.

Decenni dopo, il palcoscenico si è spostato dalle autostrade intasate degli anni Ottanta agli schermi luminosi di Instagram, TikTok e dei gruppi WhatsApp. Oggi, il migrante moderno — che provenga dal subcontinente indiano, dal Nord Africa o da altre aree del mondo — ripete esattamente lo stesso rituale millenario, aggiornato all’era digitale.

Basta scorrere i social network per imbattersi in giovani lavoratori immortalati davanti ad auto di lusso semplicemente parcheggiate per strada, in posa tra le vie di metropoli europee, o intenti a pubblicare scatti studiati con cura, indossando abiti e scarpe firmate. E quando questi migranti fanno ritorno nei loro villaggi d’origine, la rappresentazione si fa corporea: arrivano con un guardaroba nuovo di zecca, accessori vistosi, un’aura di prosperità costruita a tavolino e l’immancabile iPhone Pro Max.

Proprio come Pasquale Ametrano che sfrecciava con la sua Alfasud, l’ostentazione digitale è un meccanismo di autodifesa. Serve a nascondere la realtà di turni di dodici ore nelle stalle al gelo, il peso soffocante dei debiti contratti con i trafficanti e lo smarrimento di vivere come cittadini di serie B. Il mito del migrante che ce l’ha fatta richiede una manutenzione costante.

Il cinema italiano ci ha insegnato che la migrazione non è mai solo uno spostamento geografico, ma un logorante equilibrio emotivo. Che si tratti di un’automobile lucida carica di valigie nel 1981 o di un video virale sui social oggi, il messaggio inviato a chi è rimasto a casa non cambia: Guardatemi. Sono sopravvissuto, ho vinto, e la mia sofferenza è valsa la pena.