India: Una civiltà di mille colori e culture

Ingresso gratuito.Per una migliore organizzazione del rinfresco, è gradita la prenotazione inviando un messaggio (anche WhatsApp) al +39 3387874364 o email a info@associazioneuniversarte.it Data: 28 Novembre 2026 | Ora: 16:00Sede: Sala Convegni delle Grotte di Massacci, Frasso Sabino (RI)Promosso da: Associazione Universarte in collaborazione conil Comune di Frasso Sabino agguingi in tuo calendario SAVE THE DATE PROGRAMMA DELL’EVENTO 16:00 Saluti Istituzionali e Introduzione all’Iniziativa Interventi: Sindaco di Frasso Sabino,Presidente dell’Associazione UniversartePresentazione degli scopi dell’evento, del quadro di cooperazione culturale e del legame tra le nostre comunità territoriali e la realtà indiana. 16:15 Relazione Principale: India: Una civiltà di mille colori e culture Un percorso storico, geografico, linguistico ed economico attraverso le radici della civiltà indiana. Con particolare focus su: 17:00 Proiezione Documentario: “War and Chapati” (in lingua italiana) Proiezione del cortometraggio documentaristico dedicato al fondamentale contributo strategico e umano dei soldati indiani durante la Campagna d’Italia nella Seconda Guerra Mondiale. 17:30 Sessione di Dibattito e Domande dal Pubblico Spazio aperto al confronto con i partecipanti, approfondimenti sui temi trattati e riflessioni conclusive. 17:45 Aperitivo Interculturale e Convivialità Un momento informale d’incontro per i partecipanti, accompagnato da una degustazione di specialità e sapori della tradizione culinaria indiana.

Rapporto sulla Repressione delle Proteste a Delhi (Luglio 2026): Violazioni dei Diritti Umani e Richiesta di Riforme Poliziesche

Nota introduttiva: Questo documento costituisce il riassunto esecutivo del rapporto integrale intitolato “The July 2026 Delhi Youth Protests and the Response of the Indian State”. Come e da chi è stato realizzato il rapporto Come mostrato nella copertina dell’opera, il rapporto è stato redatto da un Tribunale del Popolo promosso dal Constitutional Conduct Group (un collettivo formato da ex Alti Funzionari Pubblici e Servitori dello Stato indiano). Il Tribunale d’Inchiesta è stato presieduto e composto da una commissione di sei membri illustri: Il rapporto è stato realizzato attraverso una dettagliata indagine sul campo condotta al fine di accertare i fatti inerenti alla risposta della polizia e delle istituzioni statali durante le proteste giovanili a Delhi tra il 20 e il 25 luglio 2026. Il lavoro di analisi si basa sulla raccolta di testimonianze dirette di manifestanti, studenti, avvocati e giornalisti, l’esame di prove video e fotografiche, la valutazione dei referti medici dei feriti e il confronto delle azioni di piazza con i diritti costituzionali garantiti, gli ordini di servizio interni della polizia (Standing Orders) e i trattati internazionali sui diritti umani. Panoramica e Contesto Risultati Principali 1. Natura della Protesta e Risposta dello Stato 2. Procedure di Polizia e Uso della Forza 3. Violazioni Contro i Gruppi Vulnerabili 4. Sorveglianza e Uso della Tecnologia 5. Armi e Metodi di Controllo della Folla Criticità Individuate Raccomandazioni Questo rapporto mette in luce gravi carenze sistemiche nella gestione delle proteste di luglio 2026 da parte delle autorità e richiama la necessità di una trasformazione fondamentale verso un modello di gestione dell’ordine pubblico democratico e rispettoso dei diritti civili. Scarica il rapporto completo in inglese

Il teatro del successo: Dalla Giulia Alfa Romeo di Pasquale Ametrano all’ostentazione digitale della migrazione moderna

Quando Carlo Verdone ha dato vita a Pasquale Ametrano nella sua commedia agrodolce Bianco, rosso e Verdone (1981), ha colto una verità psicologica profondissima dell’esperienza migratoria. Pasquale — un lavoratore emigrato a Monaco di Baviera — attraversa mezza Italia per andare a votare nel suo paese, Matera. Lo fa a bordo di una fiammante Alfa Romeo Alfasud rossa, stracolma di bandierine e gagliardetti, indossando abiti vistosi e cercando disperatamente di proiettare un’immagine di successo sfolgorante e indiscusso davanti ai familiari e ai compaesani rimasti a casa. Sotto la superficie della grande comicità si cela una profonda malinconia. Quella di Pasquale è una messinscena protettiva. In Germania, Pasquale vive l’anonimato freddo della fabbrica, l’alienazione di essere un lavoratore straniero e le umiliazioni silenziose di una vita ai margini. Per compensare anni di fatiche e solitudine, trasforma il suo ritorno in un evento teatrale. Deve apparire ricco, trionfante e arrivato; ammettere la dura realtà dello sfruttamento e delle difficoltà quotidiane a Monaco significherebbe confessare il proprio fallimento. Decenni dopo, il palcoscenico si è spostato dalle autostrade intasate degli anni Ottanta agli schermi luminosi di Instagram, TikTok e dei gruppi WhatsApp. Oggi, il migrante moderno — che provenga dal subcontinente indiano, dal Nord Africa o da altre aree del mondo — ripete esattamente lo stesso rituale millenario, aggiornato all’era digitale. Basta scorrere i social network per imbattersi in giovani lavoratori immortalati davanti ad auto di lusso semplicemente parcheggiate per strada, in posa tra le vie di metropoli europee, o intenti a pubblicare scatti studiati con cura, indossando abiti e scarpe firmate. E quando questi migranti fanno ritorno nei loro villaggi d’origine, la rappresentazione si fa corporea: arrivano con un guardaroba nuovo di zecca, accessori vistosi, un’aura di prosperità costruita a tavolino e l’immancabile iPhone Pro Max. Proprio come Pasquale Ametrano che sfrecciava con la sua Alfasud, l’ostentazione digitale è un meccanismo di autodifesa. Serve a nascondere la realtà di turni di dodici ore nelle stalle al gelo, il peso soffocante dei debiti contratti con i trafficanti e lo smarrimento di vivere come cittadini di serie B. Il mito del migrante che ce l’ha fatta richiede una manutenzione costante. Il cinema italiano ci ha insegnato che la migrazione non è mai solo uno spostamento geografico, ma un logorante equilibrio emotivo. Che si tratti di un’automobile lucida carica di valigie nel 1981 o di un video virale sui social oggi, il messaggio inviato a chi è rimasto a casa non cambia: Guardatemi. Sono sopravvissuto, ho vinto, e la mia sofferenza è valsa la pena.

Il processo eterno: Sacco, Vanzetti e l’ombra sui detenuti stranieri nelle carceri italiane di oggi

Pochi nomi nella storia della migrazione evocano tanta tragedia, ingiustizia e pregiudizio sistemico quanto quelli di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Condannati nel 1921 in un’aula di tribunale americana fortemente politicizzata, nel pieno di un’ondata di xenofobia e isteria anti-immigrati, i due anarchici italiani sono diventati il simbolo supremo di come un volto straniero, un accento e uno status marginale possano essere pre-giudicati da una società ospite. Furono giustiziati non tanto per un crimine, quanto per ciò che erano: poveri radicali stranieri intrappolati in un sistema giudiziario in cerca di capri espiatori. A quasi un secolo di distanza, i fantasmi di Sacco e Vanzetti aleggiano ancora nei corridoi della giustizia, non più oltreoceano, ma nei moderni tribunali e nelle carceri della penisola. Oggi, osservando la popolazione all’interno degli istituti di pena italiani e analizzando le cronache giudiziarie, si scorge un’eco inquietante dello stesso pregiudizio strutturale. I cittadini stranieri continuano a essere sovrarappresentati dietro le sbarre, spesso intrappolati in prolungate custodie cautelari, gravati da barriere linguistiche e culturali e confrontati con ostacoli sistemici che frenano un equo accesso alla giustizia. Il cortocircuito tra giustizia e opinione pubblica si manifesta quotidianamente nelle pagine della cronaca nera (cronaca). Proprio come nel caso di Sacco e Vanzetti, in cui l’opinione pubblica fu sobillata da una narrazione sensazionalistica che li aveva condannati ben prima della giuria, oggi il “processo mediatico” colpisce regolarmente i cittadini stranieri e non-UE. Basti pensare a quanto accade quando barriere linguistiche, incomprensioni idiomatiche o l’assenza di un’immediata e competente mediazione culturale durante le prime fasi delle indagini vengono scambiate per indizi di colpevolezza. I titoli dei giornali si affrettano a dipingere il sospettato straniero attraverso lo stereotipo del “pericoloso outsider”. E quando mesi o anni dopo — come dimostrano i casi di custodia cautelare ingiusta o di assoluzioni tardive — si scopre l’infondatezza delle accuse o tragici scambi di persona, la rettifica ottiene solo una minima frazione dell’attenzione iniziale. Le statistiche di associazioni come Antigone confermano che i detenuti stranieri subiscono in modo sproporzionato il peso di un sistema in cui la presunzione d’innocenza viene messa a dura prova da pregiudizi istituzionali e mediatici. Il sovraffollamento, la disperazione e l’isolamento vissuti da questi detenuti ci ricordano che i meccanismi capaci di trasformare i marginali in colpevoli agli occhi dell’opinione pubblica non sono affatto svaniti: hanno semplicemente cambiato geografia. La tragedia di Sacco e Vanzetti non è mai stata solo una storia americana; è stato un ammonimento universale su ciò che accade quando la paura collettiva e il pregiudizio calpestano il rigore della giustizia. Quando guardiamo alla condizione dei detenuti stranieri e al modo in cui vengono raccontati dalle cronache italiane di oggi, siamo costretti a chiederci: abbiamo davvero imparato la lezione della storia, o stiamo continuando a celebrare lo stesso processo sotto un altro cielo?

Immigrazione lavoro e futuro demografico in Italia

Demografia pensioni rimesse e riforma degli ingressi per lavoro con un approfondimento sul caso indiano Harvinder Singh, 20 ottobre 2026 Sintesi e tesi del documento L’immigrazione contribuisce già alla tenuta demografica e produttiva dell’Italia. Il suo valore nel tempo dipende però dalle condizioni nelle quali le persone possono lavorare, abitare, formarsi e costruire relazioni stabili. Un ingresso autorizzato che non conduce al lavoro promesso può trasformare una possibilità di integrazione in indebitamento, precarietà e sfruttamento. Riformare il collegamento tra autorizzazione e occupazione è quindi una questione di politica economica e sociale, oltre che migratoria. La tesi di questo documento è che il controllo delle pratiche debba accompagnarsi alla riforma del modello di reclutamento. Occorre seguire il percorso dal nulla osta al lavoro effettivo, ma anche accertare chi abbia pagato per accedervi. Un contratto firmato, un salario versato e contributi dichiarati possono coesistere con una grave sottrazione di risorse al lavoratore. La qualità del sistema si misura quindi anche nella libertà di cambiare datore, nell’assenza di debito imposto per il reclutamento e nelle possibilità di crescita professionale. I dati pubblicati sono distinti dalle osservazioni professionali dell’autore e dagli esempi analitici. Le proposte di riforma sono formulate come scelte di politica pubblica. Le cifre demografiche e occupazionali conservano il proprio anno di riferimento; le proiezioni sono scenari condizionati. Le somme riferite nelle testimonianze non costituiscono un prezzo medio nazionale accertato. L’analisi comprende inoltre le rimesse: il reddito del lavoro sostiene sia la vita economica italiana sia le famiglie nei paesi di origine. La cooperazione internazionale dovrebbe rafforzare questa possibilità e contrastare le reti che assorbono risorse attraverso promesse di ingresso, documenti alterati e debiti di reclutamento. Il punto di osservazione dell’autore Come mediatore culturale ho lavorato nei progetti PRAL e Diagrammi Nord e ho svolto attività di interpretariato presso le Commissioni territoriali di Roma. Nel mio percorso professionale ho ascoltato racconti di cittadini indiani sul costo della partenza, sulle promesse di lavoro agricolo e sulle difficoltà incontrate dopo l’arrivo. Ho ascoltato anche racconti di ingressi con visto turistico accompagnati dall’indicazione, fornita da intermediari, di presentare successivamente domanda di asilo. Ho inoltre visto nulla osta manomessi mediante sostituzione di nome, cognome e dati del lavoratore, venduti e successivamente presentati per una richiesta di visto non andata a buon fine. Questa osservazione evidenzia l’utilità di una verifica diretta del documento da parte dell’interessato, prima della domanda consolare. È un’esperienza professionale qui riferita, non una stima della diffusione nazionale delle falsificazioni. Questa esperienza pone domande che i dati amministrativi, da soli, non risolvono: chi finanzia realmente l’inserimento? Quanto pesa il debito sulla libertà di scelta? Quali interessi collegano il reclutamento nel paese di origine alle imprese in Italia? Le osservazioni qui richiamate hanno valore qualitativo, non rappresentano un campione statistico e non riproducono verbali o informazioni identificative di procedimenti individuali. 1 Il cambiamento demografico italiano Secondo i dati provvisori dell’Istituto nazionale di statistica, al 1° gennaio 2026 l’Italia conta 58 milioni e 943 mila residenti; i cittadini stranieri sono 5 milioni e 560 mila, pari al 9,4 per cento. La sostanziale stabilità del totale convive con una forte debolezza del ricambio naturale, compensata dal contributo migratorio. [1] Occorre distinguere cittadinanza, luogo di nascita e storia migratoria. Una persona che acquisisce la cittadinanza italiana esce dalla categoria statistica degli stranieri, pur continuando a contribuire alla società. Inoltre, il saldo con l’estero comprende anche movimenti di cittadini italiani. Le statistiche sui residenti stranieri non misurano quindi da sole l’intera popolazione di origine immigrata, né gli ingressi del decreto flussi. Nello scenario mediano pubblicato nell’agosto 2026, la popolazione scende a 55 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080. Per il 2050 la quota di persone con almeno 65 anni raggiunge il 34,5 per cento e quella tra 15 e 64 anni si riduce al 55,3 per cento. Questi valori dipendono da ipotesi su fecondità, sopravvivenza e migrazioni; non sono un destino inevitabile né una previsione esatta. [2] L’immigrazione può attenuare la riduzione delle generazioni in età lavorativa, ma anche i migranti invecchiano. Le politiche migratorie devono perciò accompagnarsi a servizi per le famiglie, maggiore partecipazione al lavoro, formazione, produttività e riduzione dell’emigrazione involontaria. I nuovi residenti richiedono investimenti iniziali in servizi e alloggi: tali costi vanno programmati insieme ai benefici attesi, soprattutto nei territori che accolgono più persone. 2 La presenza nei settori produttivi Il Ministero del Lavoro rileva per il 2025 quasi 2,6 milioni di occupati con cittadinanza straniera, il 10,7 per cento del totale. La loro incidenza varia molto tra i settori. La tabella indica la quota di stranieri sul totale degli occupati di ciascun settore, non la distribuzione di tutti i lavoratori stranieri tra i settori. [3] Settore Incidenza nel 2025 Altri servizi collettivi e personali 29,8% Agricoltura 21,5% Alberghi e ristoranti 19,2% Costruzioni 17,9% Informazione e comunicazione 3,1% Attività finanziarie e assicurative 1,6% Questi dati mostrano una presenza rilevante in attività che sostengono la vita quotidiana e diverse filiere produttive. Non dimostrano, da soli, che un intero settore cesserebbe di funzionare senza immigrazione. Per valutare una carenza occorre considerare territorio, qualifiche, salari offerti, orari, condizioni di lavoro e possibilità di innovazione. L’ingresso di nuova manodopera può coprire fabbisogni reali, ma non dovrebbe diventare uno strumento per mantenere bassi i salari o rinviare miglioramenti organizzativi. Riconoscere competenze e titoli, rendere accessibile la formazione e consentire mobilità professionale permette di usare meglio capacità già presenti. Anche l’imprenditoria migrante va valutata per la qualità dell’occupazione creata e il rispetto delle regole, come ogni altra impresa. 3 Pensioni e finanza pubblica Nel sistema pensionistico italiano il finanziamento corrente dipende in larga parte dai contributi dei lavoratori e dei datori, oltre che dai trasferimenti pubblici. La presenza di lavoratori stranieri amplia la base contributiva. Nel 2024 gli archivi dell’Istituto nazionale della previdenza sociale registrano 3.980.609 lavoratori attivi stranieri e 378.645 pensionati stranieri. [4] I dati amministrativi dell’Istituto e la rilevazione statistica sugli occupati hanno popolazioni, criteri e periodi di osservazione diversi. Non è corretto sottrarre i due totali o interpretare la differenza come lavoro irregolare. Neppure …

L’amara commedia della distanza: Solitudine, inganno e lo specchio di Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata

Per comprendere appieno l’architettura psicologica della migrazione, bisogna talvolta abbandonare i pesanti rapporti sociologici e immergersi nel regno agrodolce della commedia all’italiana. Il film di Luigi Zampa del 1971 Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata offre un ritratto geniale e doloroso dell’esperienza migratoria. Attraverso le indimenticabili interpretazioni di Alberto Sordi nei panni di Amedeo — un minatore solitario e laborioso nella dura terra australiana — e di Claudia Cardinale in quelli di Carmela, la pellicola mette a nudo le profonde fratture emotive dello sradicamento, delle aspettative artificiali e del tradimento. Al centro dell’esistenza di Amedeo c’è una solitudine schiacciante e soffocante. Vivendo a migliaia di chilometri da casa, l’uomo costruisce una versione idealizzata della propria patria, simboleggiata dalla richiesta paradossale di volere in sposa una compaesana pura e illibata. Le sue lettere a casa sono colme di illusioni di successo create ad arte, che celano la dura realtà della sua fatica sotto il sole implacabile dell’Australia. La solitudine genera vulnerabilità, spingendo il migrante a cercare disperatamente qualsiasi legame autentico con le proprie radici. Quando Carmela arriva, si svela una profonda tragedia di specchi. Carmela non è la ragazza di paese innocente che Amedeo si aspettava; in Italia, intrappolata dalla povertà e dalle circostanze, era stata costretta alla prostituzione. Eppure, la tragedia si approfondisce quando lei stessa realizza che l’Australia non offre alcuna via di fuga: isolata e vincolata dalle stesse reti migratorie e aspettative patriarcali, finisce per ritrovarsi intrappolata nello stesso identico giro di sfruttamento all’estero. Entrambi i personaggi sono esuli non solo geograficamente, ma emotivamente, sospesi tra un passato a cui non possono tornare e un mondo straniero che rifiuta di accoglierli davvero. Forse l’elemento più tagliente del film è il tradimento che arriva dall’interno. Amedeo, profondamente insicuro del proprio aspetto fisico e convinto di non essere un uomo attraente, si era affidato al suo amico Giuseppe, inviando a Carmela le foto di quest’ultimo per poterla conquistare a distanza. Ma il vero tradimento si rivela in tutta la sua crudeltà quando Carmela giunge in Australia e Giuseppe svela il suo volto più cinico e spietato: tutt’altro che un amico solidale, Giuseppe progetta di sfruttare la vulnerabilità della donna, arrivando a concepire di avviarla alla prostituzione per salvare la propria miniera dai debiti. Questo snodo cinematografico svela un’amara verità che riecheggia direttamente nei flussi migratori moderni. Che si tratti dell’outback australiano degli anni Settanta o dei campi agricoli e delle stalle italiane di oggi, lo sfruttamento più feroce arriva spesso dall’interno della stessa comunità diasporica. Come documentano le analisi sul campo delle migrazioni, i nuovi arrivati vulnerabili non vengono depredati da estranei ostili, ma da connazionali che strumentalizzano origini comuni, lingua e fiducia. Figure che richiamano la spregiudicatezza di Giuseppe — siano essi caporali senza scrupoli, falsi agenti o conoscenti corrotti — si inseriscono nel vuoto della solitudine del migrante, promettendo un appoggio per poi imprigionarlo in reti di debiti, ricatti e sfruttamento lavorativo o sessuale. Il capolavoro di Zampa ci ricorda che le catene più pesanti sono spesso quelle forgiate da chi parla la nostra stessa lingua.

Corso di teatro

Il corso di teatro sarà diretto da Saverio Paoletta, attore e regista teatrale. È un corso rivolto a chiunque (maggiorenne) voglia esplorare le proprie capacità espressive, indipendentemente dalla esperienza pregressa. Si svolgerà ogni mercoledì sera,dalle 19:00 alle 21:00,a partire dal 28 ottobre 2026,presso il Polo Civico Esquilino,in via Galilei, 57, (quartiere Esquilino) Roma. Il corso si avvarrà di testi, immagini o parole chiave proposti dai partecipanti o suggeriti da Saverio, usati come spunto per una pratica che trascende gli stessi verso una espressione organica. Scopo del corso è la creazione di un gruppo creativo capace di realizzare potenzialità individuali in una dimensione collettiva, mediante un dialogo e un ascolto reciproco capace di intessere relazioni umane. Arte e socialità si intrecciano. Costo per partecipante: 10 euro a incontro (di due ore). Per informazioni e iscrizioni:saveriopaoletta70@gmail.com

Echi in terra straniera: Riflessioni su “I magliari” di Francesco Rosi e l’eterno specchio della migrazione

Quando Francesco Rosi diresse I magliari nel 1959, l’Italia stava ancora facendo i conti con le profonde ferite del dopoguerra, la povertà e un esuberante surplus di manodopera. Il film si apre con un’atmosfera aspra ed evocativa — magistralmente immortalata in bianco e nero dalla fotografia di Gianni Di Venanzo — introducendoci ai lavoratori italiani che cercano di sopravvivere in una Germania fredda e industrializzata. Pensiamo alla sequenza in cui il giovane e disilluso Mario Balducci (interpretato da Renato Salvatori) si aggira per le strade cupe, a un passo dall’abbandonare il paese per l’impossibilità di sbarcare il lunario. O pensiamo alle scene in cui fa la sua comparsa Totonno (interpretato con uno straordinario mix di cinismo e tragica umanità da Alberto Sordi), il veterano dei magliari che gestisce una rete informale di connazionali. Muovendosi nelle zone d’ombra del commercio, vendendo stoffe scadenti porta a porta spacciandole per merce di lusso, Totonno e la sua brigata portano alla luce un’amara verità: la migrazione è raramente un’avventura nata dalla libera scelta. È un atto di pura disperazione economica, un salto nel buio dettato dall’impossibilità di sopravvivere a casa propria. Osservare queste scene sullo schermo ci costringe a fare i conti con una profonda ironia della storia. Nel film assistiamo alle tensioni, alle reti informali, alla vulnerabilità di fronte a intermediari senza scrupoli e ai compromessi disperati necessari per sopravvivere in terra straniera. Decenni fa, gli italiani erano gli stranieri guardati con sospetto, ammassati in alloggi di fortuna, costretti a districarsi tra burocrazie ostili e a subire lo sfruttamento della propria manodopera. Eppure, la memoria umana è notoriamente breve. Oggi, mentre l’Italia si ritrova terra d’approdo e di accoglienza, il riflesso sociale verso i nuovi arrivati ricalca spesso i medesimi pregiudizi e timori un tempo riservati agli emigranti italiani all’estero. Questo parallelo ci ricorda che la migrazione è una costante umana universale, non un’emergenza passeggera. Che si tratti di un lavoratore italiano che affronta i rigidi inverni di Hannover negli anni Cinquanta o di un migrante moderno che attraversa i continenti ai nostri giorni, il copione di fondo non cambia: le persone si muovono dove la vita le chiama, in cerca di dignità, pane e futuro. Quando una società dimentica la propria storia di sradicamento, perde la capacità di comprendere l’altro. Le sequenze de I magliari restano un monito senza tempo: i disperati di ieri sono gli ospiti di oggi, e il modo in cui trattiamo chi arriva alla nostra porta definisce, in ultima analisi, la nostra stessa civiltà.

Incontro informativo a Lavinio: nuove leggi sull’asilo e presentazione del Progetto SAFE

L’Associazione Universarte prosegue il ciclo di incontri sul territorio legati all’orientamento normativo e all’inclusione sociale, con un appuntamento speciale rivolto alla comunità e ai lavoratori stranieri dell’area di Anzio e Nettuno. I temi dell’incontro Durante la giornata verranno trattati argomenti di fondamentale importanza per i richiedenti protezione internazionale e per chi necessita di chiarimenti sul proprio percorso amministrativo e legale in Italia: Interventi ed esperti presenti Per assicurare un’informazione completa e un’assistenza qualificata, l’incontro vedrà la partecipazione di: L’iniziativa rappresenta un’importante occasione di confronto per comprendere i recenti cambiamenti legislativi e conoscere i progetti attivi sul territorio a tutela dei diritti e dell’integrazione. L’ingresso è libero e aperto a tutta la cittadinanza..

Universarte al Multi festival di Roma: show cooking sui segreti della cucina del Nord dell’India

In occasione del Multifestival tenutosi presso il Mercato Centrale di Roma, l’Associazione Universarte ha portato in scena i profumi, la storia e le tecniche tradizionali della gastronomia del Nord dell’India con uno speciale show cooking dedicato alla preparazione artigianale del formaggio fresco indiano e di uno dei suoi piatti più iconici. Dalla materia prima al piatto: la preparazione del Paneer e del Matar Paneer L’incontro è stato una vera e propria immersione nell’arte culinaria indiana, durante la quale i partecipanti hanno potuto assistere dal vivo a ogni fase della preparazione: Cultura, dialogo e condivisione attraverso il cibo Oltre alle tecniche di cucina e alla scelta delle spezie, lo show cooking è stato un’occasione di incontro e racconto culturale: il cibo come veicolo di dialogo interculturale, storia ed eredità delle tradizioni popolari. L’Associazione Universarte ringrazia tutti gli organizzatori del Multifestival, la cornice del Mercato Centrale di Roma e il pubblico numeroso ed entusiasta che ha partecipato all’evento, ponendo domande e condividendo un momento speciale di convivialità.