Echi in terra straniera: Riflessioni su “I magliari” di Francesco Rosi e l’eterno specchio della migrazione

Quando Francesco Rosi diresse I magliari nel 1959, l’Italia stava ancora facendo i conti con le profonde ferite del dopoguerra, la povertà e un esuberante surplus di manodopera. Il film si apre con un’atmosfera aspra ed evocativa — magistralmente immortalata in bianco e nero dalla fotografia di Gianni Di Venanzo — introducendoci ai lavoratori italiani che cercano di sopravvivere in una Germania fredda e industrializzata.

Pensiamo alla sequenza in cui il giovane e disilluso Mario Balducci (interpretato da Renato Salvatori) si aggira per le strade cupe, a un passo dall’abbandonare il paese per l’impossibilità di sbarcare il lunario. O pensiamo alle scene in cui fa la sua comparsa Totonno (interpretato con uno straordinario mix di cinismo e tragica umanità da Alberto Sordi), il veterano dei magliari che gestisce una rete informale di connazionali. Muovendosi nelle zone d’ombra del commercio, vendendo stoffe scadenti porta a porta spacciandole per merce di lusso, Totonno e la sua brigata portano alla luce un’amara verità: la migrazione è raramente un’avventura nata dalla libera scelta. È un atto di pura disperazione economica, un salto nel buio dettato dall’impossibilità di sopravvivere a casa propria.

Osservare queste scene sullo schermo ci costringe a fare i conti con una profonda ironia della storia. Nel film assistiamo alle tensioni, alle reti informali, alla vulnerabilità di fronte a intermediari senza scrupoli e ai compromessi disperati necessari per sopravvivere in terra straniera. Decenni fa, gli italiani erano gli stranieri guardati con sospetto, ammassati in alloggi di fortuna, costretti a districarsi tra burocrazie ostili e a subire lo sfruttamento della propria manodopera.

Eppure, la memoria umana è notoriamente breve. Oggi, mentre l’Italia si ritrova terra d’approdo e di accoglienza, il riflesso sociale verso i nuovi arrivati ricalca spesso i medesimi pregiudizi e timori un tempo riservati agli emigranti italiani all’estero.

Questo parallelo ci ricorda che la migrazione è una costante umana universale, non un’emergenza passeggera. Che si tratti di un lavoratore italiano che affronta i rigidi inverni di Hannover negli anni Cinquanta o di un migrante moderno che attraversa i continenti ai nostri giorni, il copione di fondo non cambia: le persone si muovono dove la vita le chiama, in cerca di dignità, pane e futuro. Quando una società dimentica la propria storia di sradicamento, perde la capacità di comprendere l’altro. Le sequenze de I magliari restano un monito senza tempo: i disperati di ieri sono gli ospiti di oggi, e il modo in cui trattiamo chi arriva alla nostra porta definisce, in ultima analisi, la nostra stessa civiltà.